Divisione Coduri

Introduzione

Il rientro a Velva fu tristissimo; era il calar della sera, un cordone di uomini e donne facevano ala all’ingresso del paese attendendoci. Radunatici, ascoltammo in silenzio le parole di un partigiano presente alla sciagura, mentre “Grigio” si disperava: era morto Coduri!

Nella testimonianza di “Bocci” l’amarezza e la disperazione per la morte di un partigiano: Coduri Giuseppe “Scioa” stava partecipando ad un’azione nei pressi di Carro. Era giunta al comando di Velva la notizia che un gruppo di fascisti stava bivaccando nella piazza di Carro, Virgola radunò gli uomini e partì, cercando di sorprendere i nemici mentre radunavano il bestiame sequestrato ai contadini. L’azione riuscì ed iniziò il ripiegamento verso Velva; durante questa manovra alcune raffiche di mitra falciarono i partigiani e restò colpito a morte Coduri, il primo caduto della banda “Virgola”.

Pochi giorni prima di questo scontro, siamo nell’agosto 1944, gli uomini di “Virgola” avevano da poco lasciato Iscioli per spostarsi a Velva ed occupare il Passo, importante nodo strategico. Qui accadde un fatto nuovo ed originale della storia del movimento resistenziale: i partigiani effettuarono l’elezione democratica del loro comandante; dalla votazione, a scrutinio segreto fu eletto “Virgola”.

Il gruppo dei ribelli del Ramaceto cresceva assumendo una forma organizzativa originalissima, articolandosi in distaccamenti, organizzando un proprio servizio sanitario, eleggendo il proprio gruppo dirigente; insieme a Virgola saranno: “Italo” commissario e Leone vicecomandante. La Coduri vedrà riconosciuta la sua capacità ed i suoi successi militari, il 6 aprile del 1945: un ordine del giorno del Comando VI Zona tributava un solenne encomio alla brigata Coduri, per i ripetuti attacchi sull’Aurelia e per le decisive azioni a Sestri Levante e Santa Margherita di Fossa Lupara.

Il Comando emetteva un ordinamento che inquadrava a tutti gli effetti la Coduri come Brigata di Manovra alle dirette dipendenze del Comando di Zona.

Giorgio Getto Viarengo

1. Motivazione della nomina a divisione

Il giorno 25 Aprile 1945, il Comando della VI Zona operativa, riunito per l’occasione in seduta straordinaria, deliberava quanto segue: La “Coduri”, in virtù delle proprie azioni, per meriti acquisiti durante la lotta partigiana, e per l’eroica condotta delle sue forze che per la liberazione del Levante ligure diedero molto sangue, il Comando della VI Zona Operativa nomina ufficialmente sul campo di battaglia, la Banda Virgola in seguito promossa Brigata autonoma, a Divisione.

Ma quant’era costata, in termini di sacrifici, di privazioni, di lutti, alla “Coduri” quel forse un po’ tardivo riconoscimento? Innumerevoli. Per altro, quelli più o meno comuni a tutto lo schieramento partigiano italiano. Il quale, come tutti ben sappiamo, con l’offerta spontanea del proprio sangue seppe propiziare quella formidabile Carta che è la nostra Costituzione. La quale, se per la maggior parte di noi rappresenta il più alto motivo d’orgoglioso vanto nazionale, è pur vero che è anche stata sovente al centro di oscure trame eversive, miranti a sconvolgerne i contenuti e i sostanziali principi in essa sanciti. Per tutti coloro che amano e rispettano la Costituzione, non sarà quindi mai vana cosa ricordare brevemente – anche se ormai la vita democratica del nostro paese non corre certamente alcun immediato pericolo di sovvertimento – la lezione unitaria e feconda che ci proviene dalla Resistenza; a vigilare e a rimeditare i tragici avvenimenti che maggiormente la caratterizzarono.

Per le popolazioni del Tigullio e del suo immediato entroterra, la Resistenza si identifica soprattutto con la “Coduri”, la coraggiosa e intraprendente Brigata, poi divenuta Divisione partigiana che operò nel Levante ligure. E nelle fila della quale militarono principalmente giovani nati in queste nostre stesse contrade contadine e in queste nostre stesse borgate marinare.

La struttura della Divisione Coduri

 

2. Ribelli del Capenardo

Settembre 1943: nel Levante ligure i primi cospiratori prendono la via dei monti e alle falde del monte Capenardo, sito al confine dei comuni di Lavagna e Sestri Levante, prendeva vita un nucleo armato di una ventina di unità denominato “i Ribelli del Capenardo”. L’attività di questi, sino alla fine del 1943, fu dedicata alla cospirazione insurrezionale, dalla propaganda politica alla divulgazione della stampa antifascista, al consolidamento e collegamento dei collaboratori – sappisti intensificando così la rete clandestina operante nei centri rivieraschi. E’ di questo periodo l’occultamento e smistamento di diversi prigionieri inglesi fuggiti dal campo di concentramento di Calvari, per far loro raggiungere le truppe alleate impegnate nella marcia verso il nord Italia.

Nei mesi di gennaio e febbraio 1944 i nazifascisti, a seguito di alcune spiate, riuscirono con azioni di rastrellamento a disperdere questo gruppo, smantellando i depositi di armi e munizioni recuperate dai diversi presidi militari abbandonati dopo l’8 settembre 1943.

 

3. La “Banda Virgola”

La “Banda Virgola” nacque come la fenice dalle ceneri dei “Ribelli del Capenardo” in un casone in località Sesco alle falde del Monte Bianco, sopra Sestri Levante, nei mesi di aprile e maggio del 1944; il suo organico e il suo armamento iniziale constavano di soli 7 uomini e 5 pistole. Alla testa di questo nascente gruppo partigiano – e da cui esso, com’era allora consuetudine, per contraddistinguersi, assumerà provvisoriamente il nome – figura l’operaio dei Cantieri di Riva Trigoso, Eraldo Fico (Virgola) già reduce dal fronte francese e da quello greco-albanese; e figlio di quel sempre indomabile antifascista degli stessi Cantieri rivani, conosciutissimo in zona, ch’era stato Gian Battista Fico, morto nel 1924 in seguito alle ferite riportate in un’imboscata di cui era stato oggetto da parte dalle squadracce fasciste, per la sua fiera e ben nota militanza socialista.

Inizialmente l’attività preminente di questo piccolo nucleo non differisce molto da quella delle altre bande partigiane in via di formazione: suo principale compito era quello di: a)- raccogliere quante più armi era possibile; b)- tessere una fitta rete di scambievoli contatti con le altre “bande” e con i giovani che erano rimasti in città e che, per i loro atteggiamenti di non collaborazione o aperta ostilità contro il nazifascismo, avevano quanto mai bisogno di rifugiarsi in montagna per sottrarsi all’arresto in seguito ai bandi di chiamata alle armi delle classi 1923-24-25 emessi dal rinato regime fascista R.S.I. (Repubblica Sociale Italiana), o all’obbligo del lavoro coatto, o addirittura alla traduzione in Germania come prigionieri politici. Nel contempo la “Banda Virgola” continuò a rafforzare quello spirito di autonomia e ampia manovra militare e organizzativa ottenuto caparbiamente negli incontri del marzo ’44 con il comanda della “Cichero” (formazione madre della Resistenza nel genovesato e nel levante ligure) determinando così una delle principali peculiarità di questo nuovo nucleo sovversivo.

E’ ovvio che in quei giorni difficili, la situazione fosse quanto mai tragica per tutti. E particolarmente ardua si rivelava essere la sopravvivenza fisica delle “bande”, che tra mille difficoltà oggettive cercavano – almeno da parte degli elementi più avvertiti, politicamente, e più indotti alla lotta clandestina – di promuovere un patriottismo più maturo e consapevole che sapesse incidere sulle coscienze, nel senso di responsabilmente predisporre il passaggio – soprattutto in termini politici – dalla dittatura oscurantista alla libera democrazia.

Il compito che questi primi artefici della Resistenza s’erano preposto non era certamente nè agevole nè piccolo, sia per le ovvie difficoltà intrinseche sia per quel senso di attendismo che incominciò a serpeggiare in molti ambienti politici, e in molti uomini – anche di più comprovata fede democratica – dopo l’8 settembre: in cui a diversi di loro apparve erroneamente prossima la completa liberazione della Penisola da parte delle sole truppe alleate in avanzata dal sud Italia.

 

4. Elezione democratica

Il Comandante "Virgola"La strage della Benedicta, avvenuta tra i giorni 6 e 9 aprile 1944 in coincidenza con la Pasqua (200 tra partigiani morti e feriti e oltre 200 i deportati); l’eccidio del Turchino, avvenuto il giorno 19 maggio, a poco più d’un mese di distanza (59 patrioti fucilati, tra i quali 17 partigiani provenienti dal rastrellamento della Benedicta) e l’incendio di Cichero, avvenuto il 27 maggio successivo, col suo strascico di lutti e di devastazioni, segnarono le prime veramente gravi tragedie partigiane, dall’altra parte ebbero significative ripercussioni sul modo di condurre e impostare, da quel momento in poi, la guerra partigiana. Avendo, quei fatti – ma soprattutto la strage della Benedicta – messo chiaramente in evidenza: a) da un lato, la mutata tattica antiguerriglia adottata dai nazifascisti, non più, come in precedenza, condotta da piccoli reparti fortemente armati, ma da quel momento affidata solo a grosse unità operative (circa 20.000 furono infatti gli uomini impiegati nella vasta operazione di rastrellamento della Benedicta, che aveva per altro interessato buona parte della Liguria centro orientale e il basso Piemonte); b) e dall’altro lato, in modo abbastanza inequivocabile, l’evidente scarsa dotazione di armi e munizioni, l’ancora ridotta mobilità delle forze partigiane, la probabile infiltrazione di spie nelle “bande”, la carenza di efficienti quadri, soprattutto militari, e l’inesperienza di molti giovani affluiti ultimamente nelle formazioni.

Nel complesso, comunque, da quegli eventi così fortemente drammatici, lo spirito unitario della Resistenza uscì senz’altro rafforzato; e più consapevoli divennero anche i partigiani sul proprio ruolo di combattenti clandestini, quindi esposti, in quanto tali, ad ogni sorta di persecuzione repressiva.

Tra i provvedimenti presi dalla Cichero – in seguito a questi tragici eventi – per migliorare, anche sul piano squisitamente tattico, il proprio assetto, c’è quello fondamentale d’aver riunito i vari gruppi, variamente sparsi, in unità più organiche e di averle dislocate sui punti ritenuti strategicamente più significativi, quali: passaggi obbligati, ponti, e in prossimità dei presidi nemici per controllare con maggior precisione ogni movimento del nemico stesso.

Nei primi giorni del mese di luglio del 1944, la “Banda Virgola”, finora impiegata principalmente in azioni di sabotaggio, di raccolta armi e di informazioni sui movimenti del nemico, si trasferisce da Iscioli a Comuneglia per unirsi al gruppo di bersaglieri (disertori della R .S.I.) comandati da “Bruno” (Solari Bruno di Chiavari) ex ufficiale dell’esercito regio e fondare così un nucleo operativo di un centinaio di uomini che operasse sulla statale Sestri Levante-Varese Ligure e nella zona del Passo del Bracco sull’Aurelia. A tale scopo la “Cichero” inviò “Italo” (Arpe Armando di Lavagna) quale commissario politico e uomo di collegamento tra le due formazioni. Accettata la fusione da ambo i gruppi, si assegnarono i posti di comando: Comandante “Bruno”, vice comandante “Virgola”, capo di stato maggiore (C.S.M.) “Bocci” (Sanguineti Giovanni di Cavi di Lavagna) e “Italo” commissario politico.

Il 22 luglio, in marcia verso il Passo del Bracco per tendere uno dei tanti agguati agli automezzi nemici in transito, a Virgola giunge all’orecchio che i fascisti stanno dando alle fiamme il paese di Casali (Castiglione Chiavarese). Allora cambia immediatamente programma e accorre decisamente verso di esso per prenderne le difese. Ma purtroppo vi giungerà troppo tardi e non potrà far altro, con i suoi uomini, che prestare soccorso agli abitanti, ovviamente in preda alla più assoluta e totale disperazione per la devastazione subita. In quel mentre sta sopraggiungendo un carro carico di provviste diretto ai cantieri T.O.T., che si trovano poco distanti da lì. Virgola ne ordina subito il sequestro e seduta stante procede all’immediata distribuzione dei viveri alla popolazione colpita. Sulla via del ritorno, verrà pure devastata la sede fascista di Castiglione Chiavarese. Alcuni giorni dopo, a Campore, verranno arrestate due spie fasciste, le quali, per intascare la misera taglia di 5.000 lire, avevano denunciato e fatto fucilare un prigioniero inglese evaso dal campo di concentramento di Calvari, che aveva trovato rifugio nei pressi.

Verso la fine di luglio la formazione si sposta a Velva (alta Val Petronio) con lo scopo, seppur impegnativo, di occupare il Passo di Velva, nodo strategico per l’accesso alla Val di Vara. E’ in questo posto che il malumore serpeggiante tra i partigiani si fa manifesto ed esplicito nei confronti di “Bruno” per una serie di incomprensioni e decisioni non condivise. Viene così decisa l’elezione democratica con voto segreto del comandante; tutti meno quattro elessero “Virgola” e il giorno dopo “Bruno” con i suoi fedelissimi ritornò a Cichero.

L’elezione lascia trasparire i presupposti democratici che stavano nascendo in coscienze libere ed autonome di uomini che assumevano così le caratteristiche di un vero e proprio esercito popolare che voleva una radicale trasformazione politica e sociale del paese, eliminando dalle proprie fila gli elementi ancorati alla vecchia tradizione politico-militare. “Virgola” riassumeva queste peculiarità di rinnovamento democratico, rappresentando, per tutto il periodo resistenziale e anche dopo, il capo carismatico indiscusso e leggendario.

Il nuovo comando sarà così composto: comandante Virgola (Eraldo Fico); commissario Italo (Armando Arpe); C.S.M. Bocci (Giovanni Sanguineti).

Al fine di migliorare ulteriormente la dislocazione strategica delle sue forze, la formazione si suddividerà a sua volta in tre distaccamenti – di circa 45 uomini ciascuno – che verranno così dislocati: uno al comando di Naccari (Italo Fico) alle Fascette; l’altro, al comando di Ce (Talassano Cesare), a Carro; e il terzo a Velva, sede del Comando.

Completata così la nuova composizione dei quadri e migliorato l’assetto logistico dei reparti, la “Banda Virgola” potrà dedicarsi – a ritmo sempre più serrato – alle azioni di sabotaggio sul Bracco e sulle strade di transito interregionale della Val di Vara e della Val Graveglia, usate dal nemico per i collegamenti con le truppe della sua riserva di stanza nella Pianura Padana.

 

5. Morte di Coduri (Scioa)

Un gruppo di uomini della famigerata Divisione Alpina “Monterosa”, in fase di rastrellamento, all’alba del 2 agosto 1944, a Castello, sorprenderà il distaccamento di “Ce”. Due partigiani (Grigio, quasi sessantenne, e un suo compagno) vengono fatti prigionieri. Arrivata notizia di ciò al comando di Velva, Virgola dispone l’immediato contrattacco. Fa salire i suoi uomini (circa una cinquantina) sopra uno dei tanti camion sequestrati al nemico e si dirige subito su Carro, che dista circa 15 chilometri dalla sede del Comando. Quivi giunto, e avuta conferma che gli alpini si trovavano ancora in paese a far razzia di bestiame a spese della povera popolazione inerme, scende dal camion e comanda l’accerchiamento del paese. Al segnale convenuto, i partigiani piombano di sorpresa sugli alpini e ne segue un furibondo corpo a corpo. In breve volgere di tempo, gli alpini – vistisi inesorabilmente sopraffatti – cercano scampo nei vicini boschi, lasciando però nelle mani dei partigiani sedici prigionieri – tra cui alcuni feriti -, ingente materiale bellico, il bestiame poco prima razziato, nonchè i due partigiani in loro mani: Grigio e l’altro suo compagno.

Giuseppe Coduri "Scioa"Ma quel giorno non tutto era destinato a finire nei migliori dei modi, per i partigiani. Infatti, dal gruppo degli alpini rifugiatisi nella boscaglia partiva una raffica di mitraglia diretta su una squadra di partigiani intenti a recuperare il materiale lasciato sul campo dal nemico, e una pallottola colpiva Scioa in piena fronte facendolo stramazzare al suolo quasi completamente esanime. Superato il primo attimo d’indicibile sgomento, due suoi compagni si lanciano allora – sfidando le nutrite raffiche di mitraglia di cui continuavano ad essere fatti segno – a recuperare il corpo di Coduri per portarlo al coperto. Ma di lì a pochi attimi Scioa spirerà tra le braccia dei suoi allibiti compagni. In fase di sganciamento, la salma di Coduri verrà poi nascosta in un vicino fienile per essere recuperata nottetempo.

Il 2 agosto 1944, la “Banda Virgola” subiva quindi il suo primo grave lutto. La notizia e il dolore per la morte di Coduri (generoso combattente di origine italiana ma residente in Francia, giunto in formazione soltanto il mese prima fuggendo dalla marina germanica dove prestava servizio coatto) percorse così le rozze fibre dei partigiani, suoi compagni di lotta.

Per tramandarne per sempre il glorioso nome – e col tacito intento di combattere anche per lui fino alla vittoria conclusiva – la “Virgola” da quel momento in poi assumerà la denominazione di “Brigata Garibaldi Coduri”. Denominazione con la quale si appresterà ad affrontare anche i duri combattimenti che non tarderanno molto a verificarsi, e che coinvolgeranno un po’ tutto il territorio italiano al di sopra della Linea Gotica.

 

6. La Brigata “Coduri”

E’consuetudine ormai consolidata suddividere la Resistenza in due fasi distinte. La prima, a carattere preminentemente organizzativo, che va dall’otto settembre 1943 al mese di settembre 1944. La seconda, di carattere preminentemente operativo, che va dal mese di settembre 1944 al giorno della Liberazione, e anche oltre.

L’inizio della seconda fase, per quanto concerne la “Coduri” coincide con il consolidamento della sua base operativa – avvenuto, appunto, nel corso del mese di settembre 1944 – che, oltre ai territori già in precedenza assegnati, verràadesso a interessare, in maniera ancora più allargata e massiccia, l’intera Val Graveglia e la Val di Vara che già in parte controllava in precedenza.

Cartina del Tigullio

Nella cartina viene raffigurato il dislocamento logistico, dopo l’accorpamento del gruppo di Saetta (Castagnino Paolo di Chiavari) avvenuto a Comuneglia il 13 settembre 1944. La brigata raggiunge così le 700-750 unità e si decide la suddivisione in quattro formazioni forti ciascuna di 200-250 uomini che dovranno coprire il territorio assegnato dal comando della VI zona e che grosso modo sarà mantenuto sino alla liberazione.

  • La Formazione “Longhi” – comandante “Saetta”, C.S.M. “Abruzzi” (Caruso Francesco di Campobasso) con i suoi distaccamenti controllerà la zona del Passo del Biscia – Comuneglia – Cordivara – Scurtabò – Cassego – Passo del Bocco – Monte Zatta – la Statale Varese Ligure – Bedonia.
  • La Formazione “Zelasco” – comandante “Riccio” (Valerio Aldo di Sestri Levante), C.S.M. “Scoglio” (Pelizzetti Bruno di Genova) sarà nel territorio di Arzeno – Reppia – Statale – Nascio – Iscioli – Loto – Montedomenico – Tassani – Passo del Bocchetto – Strada della Val Graveglia.
  • La Formazione “Dall’Orco” – comandante “Tigre” (Massucco Dino di Casarza Ligure), C.S.M. “Gronda” (Minetti Antonio di Casarza Ligure) si posizionerà nel comune di Maissana dal Passo del Bocchetto (Monte Zanone) – Disconesi – S. Maria – Ossegna – Cembrano – Passo di Velva – Torza – S. Pietro Vara – Varese Ligure.
  • Il Comando stazionerà quasi sempre a Valletti con a disposizione un distaccamento comandato da “Califfo” (Vittorio Annuti di Casarza Ligure) ed i reparti di sanità – intendenza – stampa – staffette – salmerie – reparto muli – S.I.P. (Servizio Informazioni Polizia).

Per ragioni strategiche le tre Formazioni si alterneranno a rotazione su queste posizioni, ma resteranno incuneate nello schieramento nemico tra le grandi arterie Sestri Levante – Varese Ligure, Passo del Bocco – Chiavari, Passo del Bracco.

La Brigata Dall'OrcoContemporaneamente, però, da più parti si avvertirà l’esigenza di intensificare pure l’azione politica della Brigata. Con la costituzione della Piccola Repubblica del Vara, dove la “Coduri” e la “Cento Croci” insieme, si assumeranno quasi per intero l’amministrazione civica del Comune di Varese Ligure e delle sue zone limitrofe, tale obiettivo verrà brillantemente raggiunto e, a mano a mano, perfezionato e consolidato nel suo più vasto significato di esercizio democratico del potere amministrativo e politico zonale.

Anche l’attività bellica della Brigata, di giorno in giorno, s’intensifica. Ed è, a questo punto, assai difficile poter registrare tutte le azioni compiute dai singoli distaccamenti. Gli uomini della “Coduri” operano, con sistematica continuitò, sulle strade della Val Graveglia, della Val di Vara, del Passo del Bracco non solo attaccando con improvvise sortite le colonne nemiche in transito, ma anche raccogliendo utili informazioni strategiche e militari da far giungere ai Comandi Alleati. Alcune puntate offensive contro obiettivi posti negli abitati stessi di Cavi di Lavagna e di Sestri Levante, si concluderanno assai positivamente per i partigiani. Viene attaccato anche il presidio di Velva della Monterosa. Virgola in persona conduce l’azione. La lotta è aspra, rilevanti le perdite inflitte al nemico.

Di fronte all’infuriare delle azioni partigiane, la Monterosa è costretta ad adottare, al suo interno, severe contromisure. Dà ordine tassativo ai suoi soldati di ritirarsi nelle caserme entro le ore 18; e compie anche il più vile e odioso dei delitti che si conoscano, attuando un capillare minamento delle strade e dei sentieri. Nei pressi di Velva, due civili, ignari della cosa, vi termineranno sopra rimettendoci la vita nell’improvvisa e inattesa deflagrazione. Ma la Monterosa deve combattere, al momento, anche contro un altro nemico: le continue diserzioni degli Alpini che abbandonano i loro reparti per unirsi ai partigiani, diventano un fatto quasi quotidiano. Lo spirito delle truppe è profondamente scosso: nell’animo di molti di loro s’insinua il dubbio sull’opportunità di sostenere una guerra profondamente sbagliata; e, per giunta, dalla parte sbagliata. Ciò appare ormai evidente a tutti. Tranne, ovviamente, ai sostenitori del cieco fanatismo mussoliniano.

La battaglia che la “Coduri” sta ora conducendo contro la Monterosa, sia sul piano propagandistico sia su quello meramente bellico, sta dando frutti sempre più consistenti e decisivi. La lotta, così, diventa anche un tesissimo confronto psicologico. Di cui la “Coduri” sembra detenere, per il momento, saldamente in pugno le redini. Per uscire da questa situazione, alquanto pesante e negativa – e approfittando di una circostanza del tutto fortuita – la Monterosa promuove allora un incontro con i Comandi riuniti della “Coduri” e della “Cento Croci”: altra gloriosa formazione partigiana, quest’ultima, che operava principalmente nella zona del Monte Gottero-Cento Croci, tra la Liguria e l’Emilia. Durante il colloquio avvenuto a Tavarone tra il Col. Chierici della Monterosa e le delegazioni partigiane, presente il parroco Don Bobbio, si cerca d’instaurare una linea di non belligeranza, ma il compromesso non potrà essere raggiunto per le assurde pretese del comando degli alpini di poter disporre liberamente del territorio. Uguale risultato sortiranno altri due colloqui successivi. Gli incontri erano, però, semiclandestini. E misteriosamente giungono all’orecchio dei fascisti e dei tedeschi. Il Col. Chierici viene estromesso, e quasi incriminato per alto tradimento, perchè sospettato di voler passare, con tutti i suoi reparti, in seno alla Resistenza.

Dopo questo fatto, l’antagonismo tra la Monterosa e la “Coduri” cresce a dismisura. La lotta diventa serrata, senza esclusione di colpi da entrambe le parti. Le azioni della “Coduri” si fanno ancora più incisive, e a volte temerarie. Agli inizi di dicembre, la “Coduri” scenderà in forze su Lavagna e l’occuperà mettendo in crisi, per una notte intera, l’apparato difensivo avversario. Posti di blocco assaltati, caserme di brigate nere occupate. Molte le armi, le munizioni, gli indumenti e i prigionieri catturati.

L’esaltazione della lotta, le vittorie conseguite, la sensazione di poter tenere sulle corde un nemico molto più numeroso e meglio armato, conforta un poco l’animo dei partigiani dalla doccia fredda ricevuta in novembre, dopo la promulgazione del proclama del Generale Alexander, così sibillino e per nulla favorevole – almeno nelle sue prime e immediate interpretazioni – alla causa della Resistenza.

Il 13 novembre 1944, il gen. H.G. Alexander, comandante supremo delle forze alleate nel settore del Mediterraneo, faceva giungere, attraverso l’emittente di “Radio Italia combatte”, il suo noto e molto discusso proclama ai partigiani italiani, dove, in sostanza, li si invitava a interrompere ogni azione di guerra contro i nazifascisti per assumere posizioni più attendiste. Eccone comunque il testo:

Patrioti! La campagna estiva, iniziata l’11 maggio e condotta senza interruzione fin dopo lo sfondamento della linea gotica, è finita. Inizia ora la campagna invernale. In relazione all’avanzata alleata, nel periodo trascorso, era richiesta una concomitante azione dei patrioti: ora le piogge e il fango non possono non rallentare l’avanzata alleata e i patrioti devono cessare la loro attività precedente per prepararsi alla nuova fase di lotta e fronteggiare un nuovo nemico, l’inverno. Questo sarà duro, molto duro per i patrioti, a causa della difficoltà di rifornimenti, di viveri e di indumenti: le notti in cui si potrà volare saranno poche nel prossimo periodo, e ciò limiterà pure la possibilità di lanci; gli alleati però faranno il possibile per effettuare i rifornimenti. In considerazione di quanto sopra esposto, il generale Alexander ordina le istruzioni ai patrioti come segue:

1) Cessare le operazioni organizzate su larga scala.
2) Conservare le munizioni ed i materiali e tenersi pronti a nuovi ordini.
3) Attendere nuove istruzioni che verranno date a mezzo radio “Italia combatte” o con mezzi speciali o con manifestini. Sarà cosa saggia non esporsi in azioni troppo arrischiate. La parola d’ordine è: state in guardia, state in difesa.
4) Approfittare, però, ugualmente delle occasioni favorevoli per attaccare tedeschi e fascisti.
5) Continuare nella raccolta delle notizie di carattere militare concernenti il nemico; studiarne le intenzioni, gli spostamenti, e comunicare tutto a chi di dovere.
6) Le predette disposizioni possono venire annullate da ordini di azioni particolari.
7) Poichè nuovi fattori potrebbero intervenire a mutare il corso della campagna invernale (spontanea ritirata tedesca per influenza di altri fronti) i patrioti siano preparati e pronti per la prossima avanzata.
8) Il generale Alexander prega i capi delle formazioni di portare ai propri uomini le sue congratulazioni e l’espressione della sua profonda stima per la collaborazione offerta alle truppe da lui comandate durante la scorsa campagna estiva.

La Brigata LonghiMa ormai la “Coduri” s’era temprata, e tra i suoi componenti s’era andato via via consolidando un forte spirito combattivo che la conduceva a disporsi quasi ogni giorno alla lotta. Lo dimostrano le sue azioni ben coordinate e portate a termine con grande coraggio e determinazione. Lo dimostra la cura attenta con cui organizza i vari servizi sociali per le popolazioni che si trovano sotto la sua giurisdizione. E, ancora, lo dimostra il rigore con cui amministra la giustizia nei riguardi degli stessi suoi componenti. Ai partigiani non è infatti ammesso nessun tipo d’infrazione: un partigiano accusato di omicidio a scopo di rapina verrà processato e, risultato colpevole, sarà condannato alla pena capitale. Identica sorte toccherà a due spie ree confesse.

Mesi di lotta e infinite traversie, avevano senz’altro contribuito a forgiare gli animi e a suggerire i più idonei comportamenti. Ogni singolo episodio, se negativo, e ogni debolezza, per le sue nefaste e dirette conseguenze, avrebbe potuto coinvolgere e mettere a repentaglio la sorte stessa di interi reparti. E, quindi, di centinaia di persone. Pertanto, come il duro conflitto partigiano non aveva mai preso in considerazione nessun tipo di premio nei confronti dei più meritevoli – che erano decisamente tanti – in egual misura non poteva certo lasciarsi prendere da facili pietismi verso gli immeritevoli che s’erano macchiati d’infamia o avevano commesso dei reati gravi. C’era la sua credibilità politica e la sua stessa sopravvivenza in gioco: e l’inverno che stava per sopraggiungere, veloce e terribile, era un nemico in più che s’andava ad aggiungere agli altri. E i fatti successivi, dimostreranno ampiamente che sarà un nemico da non prendere affatto alla leggera.

Volendo limitare l’esame degli avvenimenti al solo territorio del Tigullio, c’è da dire che le prime avvisaglie che qualcosa di grosso stava per avvenire, giunsero all’attenzione della “Coduri” già agli inizi del mese di dicembre. L’arrivo dei mongoli a Carasco e a S. Margherita di Fossa Lupara, strani e ripetuti movimenti di truppe tedesche e della stessa RSI, massicci rafforzamenti dei loro maggiori presidi, non potevano certo far presagire nulla di molto diverso da quello che poi si ebbe tristemente a verificare. La parentesi di gioiosa esultanza del primo lancio alleato destinato direttamente alla “Coduri” (avvenuto appunto in quegli stessi giorni) sarà purtroppo di brevissima durata.

E’ il 29 dicembre 1944. Gli uomini della “Coduri” stanno ancora sfacchinando per recuperare il materiale del tanto sospirato 1° aviolancio alleato, quando giunge voce che al Passo del Bocco (a neanche due ore di marcia da dov’erano loro) sono state avvistate nutrite colonne di mongoli e di tedeschi in rapido avvicinamento. L’allarme è prontamente diffuso. Le formazioni partigiane si dispongono, ma un contingente nemico riesce ugualmente a filtrare tra lo schieramento partigiano e a portarsi, non visto, a Valletti, vicinissimo al casone in cui era alloggiato il Comando di Brigata. Sono le undici di sera, circa. Cade fitta la neve e un vento freddissimo scende lungo le vallate. Dalla sede del Comando escono “Colombo” e “Bill” con un messaggio per il direttore dell’ospedale partigiano. Tra i cespugli intravedono alcune ombre sospette. Immediatamente viene dato il chi va là, ma la risposta ha un che d’inflessione tedesca che insospettisce i due. Rapida la decisione: fuoco a volontà in direzione delle ombre. Gli spari fanno accorrere i compagni rimasti dentro il casone del Comando. Lo scontro che ne segue sarà violento: per un paio d’ore i due schieramenti si fronteggeranno nella notte con le armi puntate ad altezza d’uomo. Poi il Comando della “Coduri” deciderà, dopo aver messo nel frattempo in salvo quanto più materiale era possibile, di sganciarsi per trasferirsi a Colle di Valletti, da dove poter predisporre un contrattacco da sferrare alle prime luci dell’alba. Ma verso le cinque del mattino, alcune raffiche di mitraglia fecero sobbalzare i partigiani acquattati nella neve. Un brivido li colse, ma nessuno poteva minimamente immaginare ciò che stava realmente avvenendo.

Il distaccamento della “Longhi” quasi al completo – che s’era rifugiato nel rustico del cosiddetto mulino della Gattea, sotto Valletti, durante la fase di sganciamento causata dal rastrellamento in corso – era stato stretto nella morsa di un improvviso agguato: 9 le vittime e 32 i partigiani fatti prigionieri. La notizia arriverà al Comando poco dopo, attraverso alcuni superstiti sfuggiti all’accerchiamento. Il colpo era davvero grande. Il dolore dei compagni incontenibile. Più d’uno si lasciò andare a un pianto dirotto. Per la “Coduri”, questa rimarrà forse la tragedia più grossa di tutta la sua gloriosa storia. Il nemico, ovviamente, cerca di trarre profitto dal momentaneo sbandamento subentrato nella formazione. Infatti, un poco alla volta riesce a invadere quasi tutta la zona compresa tra Comuneglia, Valletti e Varese Ligure, non tralasciando comunque mai di mettere in atto la consueta ferocia, soprattutto contro le popolazioni inermi. Diverse case verranno infatti incendiate, compresa quella in cui precedentemente si trovava il Comando. Alcuni civili, senza ragione, verranno vigliaccamente uccisi per le strade. Don Bobbio, il parroco di Valletti, viene arrestato e tradotto a Chiavari con l’accusa di essere il cappellano della “Coduri” e verrà fucilato la mattina del 3 gennaio 1945 al poligono di tiro: le nefandezze dei nazifascisti, nella zona, imperverseranno per circa un mese. E alla fine, molte risulteranno essere state le vittime innocenti.

La Brigata ZelascoSul finire di gennaio, giunge la notizia dell’intenzione nemica di un nuovo poderoso accerchiamento. Inizierà così un colossale rastrellamento con l’obbiettivo di annientare le brigate partigiane. Sono circa 12000 nazifascisti, tra alpini della Monterosa, bersaglieri della divisione Italia, brigate nere, soldati tedeschi, SS e Mongoli bene armati e dotati di armi pesanti che battono incessantemente tutta la zona presieduta dalla “Coduri”. I Comandanti dispongono immediatamente un piano per sottrarvisi: le formazioni, seguendo direttrici diverse, dovranno dirigersi chi su Zolezzi, chi su Chiesanuova, chi sulle pendici del Monte Capenardo, zone che sembrano sgombre da nemici. Tra innumerevoli difficoltà gli obiettivi sono alfine raggiunti. E’ la salvezza! Eluso l’accerchiamento – e quindi la sua quasi certa distruzione – la “Coduri” può anche godere di condizioni climatiche certamente migliori.

Lo stato di allarme non è però cessato. Il 10 febbraio, nei pressi della Squazza sulla carrozzabile del Passo della Forcella, i tedeschi uccidono un alpino scambiandolo per un partigiano travestito. L’episodio scatena, però, negli alpini stessi, un’ondata d’inconcepibile furia omicida contro i partigiani che non hanno nessunissima responsabilità diretta dell’accaduto. Ma 10 detenuti partigiani appartenenti alla “Coduri” vengono lo stesso prelevati dalle carceri di Chiavari, condotti alla Squazza dove, alle ore 10 dei 15 febbraio, verranno fucilati. Per tre interi giorni, i loro poveri corpi verranno lasciati alla vista di tutti con la proibizione a chiunque di ricomporne i resti o dare assistenza agli agonizzanti. Ai feriti verrà negato il colpo di grazia e resteranno così, fra atroci sofferenze, ad attendere la morte. Una donna del luogo, non riuscendo più a sopportare quell’orribile spettacolo, s’avvicina loro per offrire il pietoso conforto d’un sorso d’acqua: è fatta segno di alcuni spari che per fortuna non la raggiungono. In molti casi, l’efferatezza umana non conosce davvero limite di sorta.

 

7. Febbraio ’45: l’insurrezione generale

Completamente fallito il tentativo dei nazifascisti di annientare le brigate partigiane, la “Coduri” si riorganizza e rioccupa le sue posizioni. Sul finire del mese di febbraio del 1945, malgrado le perdite subite e la durissima esperienza, i vari distaccamenti tornano a rioccupare ognuno la propria zona. I problemi che li attendono sono però molti, ma la buona volontà non difetta loro, certamente. La “Coduri” – molto prossima ormai al migliaio di effettivi – si prepara al momento della riscossa generale intensificando i suoi interventi armati: tendendo imboscate sulla carrozzabile del Bracco, assaltando posti di blocco, attaccando i nazifascisti all’interno dei loro stessi presidi trasformati in vere e proprie roccaforti difensive. La lotta è serrata. Molte volte uomo contro uomo.

Il 13 marzo, durante una normale azione di guerra, in località di S. Margherita di Fossa Lupara (Sestri L.), presso la sua abitazione, rimane ucciso un tenente della X Mas in licenza. Per rappresaglia, cinque giorni dopo, nella stessa localit�, vengono – dopo inaudite sevizie – fucilati Aquila, Barone, Tarzan, Dik, Isola, cinque partigiani prelevati dalle carceri di Chiavari dov’erano detenuti. Un sesto, il valoroso Salita, medaglia d’oro alla memoria, riuscirì fortunosamente a sopravvivere (anche se poi morirà, dopo la Liberazione, in seguito alle ferite riportate in questa stessa disgraziata occasione).

Quella che segue è la testimonianza dello stesso “Salita” rilasciata a “Gronda” soltanto poche ore dopo l’eccidio: “…prima di caricarci sul camion che doveva portarci sul luogo dell’esecuzione, c’incatenarono a due a due e ci fecero sfilare, scortati da un folto drappello armato di tronfie camicie nere, per le vie di Chiavari additandoci alla folla come banditi, traditori della patria, assassini, ed altro, e spingendoci avanti a calci, pugni, schiaffi, e a colpi nella schiena con il calcio dei mitra. Ad un certo momento c’intimarono di cantare “Giovinezza”. Noi ci guardammo negli occhi ad uno ad uno, e, quantunque esausti per le percosse ricevute in tutti quei giorni di prigionia, e per la fame, intonammo invece, tutti insieme: “Bandiera rossa”; e iniziammo a gridare slogan come viva i partigiani, viva Virgola, viva la Coduri. Potete immaginare la rabbia che prese allora ai nostri carnefici! Rincararono la dose di botte e alla spicciolata ci fecero salire sul camion. Ricordo che molti, molti cittadini di Chiavari, pur essendo impossibilitati a dimostrarci la loro solidarietà apertamente, noi riuscimmo a leggerla direttamente nei loro occhi lucidi e nei segni della croce con i quali si segnavano le donne al nostro passaggio. Il tragitto da Chiavari a S. Margherita di Fossa Lupara fu poi fatto nel modo più veloce possibile. Ormai i fascisti avevano compreso di che tempra erano fatti i partigiani, che pur essendo consapevoli di andare alla morte avevamo il coraggio di salutare i cittadini che incontravamo con il pugno chiuso. Posso assicurarvi che tutti i nostri compagni partigiani morirono con dignità e con fierezza.”

Come data, siamo ormai alle soglie della Liberazione, ma un altro grave lutto colpirà la “Coduri”. Durante lo svolgimento dell’ultimo rastrellamento in zona, il giorno 9 di aprile a Santa Vittoria di Libiola, dopo essere stato evirato e dilaniato da decine di colpi di pugnale inferte a freddo, verrà fucilato Mario Berisso, giovane partigiano originario di Lavagna. Era stato catturato, già ferito, presso un cascinale di contadini di Iscioli dove stava curandosi. Ma ormai l’insurrezione nazionale è in corso e tutte queste morti potranno essere degnamente riscattate nel giorno glorioso dell’imminente capitolazione nazifascista.

 

8. 25 Aprile 1945: La Liberazione

L’inizio della primavera segnerà una svolta decisiva nella storia della seconda guerra mondiale. Oramai il mostro “Germania nazista” è pressochè circondato e le sue “armate invincibili” sono costrette a subire sconfitta dopo sconfitta, ritirata dopo ritirata. Le notizie sulla situazione dei vari fronti arrivano in montagna spesso in ritardo, spesso in modo frammentario, ma sono tutte piuttosto confortanti, e questo non può che contribuire a diffondere un certo entusiasmo tra le fila dei resistenti. Fra le altre cose, ora gli alleati non praticano più la politica della lesina e gli aviolanci si susseguono con una certa regolare frequenza, ripagando in qualche modo – anche se forse un po’ tardivamente – i partigiani delle forti privazioni sofferte nei mesi precedenti. Alle formazioni giunge anche sentore di certi contatti che avvengono a Roma tra gli esponenti dei vari partiti antifascisti, per gettare concretamente le basi di quello che dovrà poi essere il governo dell’Italia liberata.

Insomma, anche in montagna, dopo mesi di privazioni, si stava cominciando a respirare una cert’aria di euforica vigilia. Gli ordini del Comando di zona continuavano però a permanere quanto mai perentori: rendere in tutti i modi la vita difficile al nemico – ormai in ritirata su tutti i fronti – per impedirgli di distruggere soprattutto le infrastrutture e i centri produttivi della Regione. Era quello che i partigiani avevano sempre inteso perseguire, sin dall’inizio, ma ora i pericoli apparivano molto più possibili e incalzanti; tali, comunque, da indurre la “Coduri” ad attaccare in forze – e senza tregua – i capisaldi nemici esistenti sul suo territorio di giurisdizione. Quattro giorni prima della Liberazione nazionale, infatti, la Zelasco, dopo un breve quanto audace testa a testa col presidio nemico, occuperà S. Vittoria di Libiola: è il primo atto di quel fremito insurrezionale che condurrà alla libertà, quella libertà tante volte vagheggiata ma che solo adesso appariva veramente a portata di mano. Il 23 aprile, la Dall’Orco occuperà poi Castiglione Chiavarese e Casarza Ligure. E nella notte, Moneglia e Riva Trigoso. Sempre il 23, la Zelasco, dopo un’accanita lotta protrattasi per l’intera giornata, occuperà Lavagna e Sestri Levante; e la Longhi, attraversando nottetempo l’Entella, si porterà a Ri Alto da dove, sgominando ogni resistenza nemica, scenderà a Chiavari occupandola per buona parte. Il 24 gli Alleati giungeranno a Lavagna. Ma una batteria nemica posta al limite ovest dell’abitato di Chiavari – per proteggere il grosso delle sue forze in precipitosa ritirata verso la pianura padana – continua a martellare Lavagna e il relativo ponte sull’Entella. Gli Alleati decidono così di piazzare le loro artiglierie per sgominarla. Risaputa la cosa, “Virgola” si porta allora presso il Comando alleato per chiedere 24 ore di tempo per poter avere la possibilità di liberare Chiavari dalle residue forze nemiche, senza provocare, con un probabilissimo cannoneggiamento, un’inutile strage di civili e danneggiare – forse irrimediabilmente – la nostra bella cittadina rivierasca. Anche se un po’ a malincuore, l’autorizzazione gli viene alla fine concessa. Dopo una notte di combattimenti e di agguati, il mattino del 25 aprile anche Chiavari ècompletamente liberata dalle forze partigiane. Lo stesso giorno la “Coduri” proseguirà la sua marcia vittoriosa (sempre precedendo le forze alleate in avanzata) verso Zoagli, Rapallo, S. Margherita Ligure e Portofino, liberando una città dopo l’altra. In queste ultime fasi la “Coduri” sarà validamente affiancata da alcuni reparti delle altrettanto gloriose brigate partigiane “Berto” e “Caio”. Le armate alleate possono così convergere, senza più colpo ferire, su Genova: anch’essa, però, già in mano partigiana dopo la resa del gen. Meinhold al Comando di Piazza dei Volontari della Libertà.

Funerali dei caduti della CoduriCon il vanto di essere stata una delle prime “bande” a costituirsi nel Levante ligure, col pregio di aver lottato sempre con lealtà e onore, e senza mai perdere di vista i contenuti unitari della lotta all’infausto reazionarismo nazifascista, il 25 aprile 1945 la “Coduri” riconsegnava il Tigullio completamente liberato nelle mani della sua popolazione in festa, affinchè potesse riprendervi le sue normali attività nello spirito di un nuovo e più congruo sviluppo democratico. I meriti di questo straordinario risultato sono riconducibili non solo ai partigiani combattenti ma a tutti gli antifascisti, a cominciare dai perseguitati politici, dai deportati nei famigerati campi di concentramento nazisti, per giungere già fino al popolo tutto che, pur soffrendo drammaticamente, nella sua parte più sana e vitale non ha mai cessato di offrire il suo sostegno e le sue corroboranti energie per una vera e più ampia riscossa nazionale.

A chiusura di queste note, certamente insufficienti a illustrare in modo esauriente le varie vicende di una divisione partigiana con una storia così ricca di episodi importanti qual’è appunto quella della “Coduri” – e scusandoci per le eventuali omissioni, per altro quasi inevitabili in questo tipo di trattazioni – crediamo doveroso ricordare ancora una volta il contributo di gloria e di sangue dato dalla Divisione “Coduri” alla lotta di Liberazione: partigiani combattenti 877, patrioti 187 – Totale 1064; dei quali caduti 65; feriti 126; deceduti per malattia 16; mutilati 23.

 

Si ringrazia Elio Vittorio Bortolozzi (www.netpoetry.it) per la disponibilità e la cortesia.